Casa di bambola

Casa di bambola di Ibsen al Teatro Reale di Copenaghen nel 1879Una vita familiare apparentemente felice; Nora, una moglie vezzeggiata dal marito come una bambola; una colpa commessa per amore che torna dal passato e che rivela la grettezza e la meschinità di chi sembrava pieno d’amore; il finale abbandono del tetto coniugale in un’epoca in cui ciò era una cosa inammissibile. Una commedia – scritta nel 1879 – che fece scandalo per le ipocrisie che smascherava [3].

Alla sua uscita, il dramma di Ibsen suscitò scandalo e polemica essendo stato interpretato come esempio di femminismo estremo. Ibsen stesso dichiara il 3 gennaio 1880:

Casa di bambola ha sollevato una fortissima reazione; le frazioni si fronteggiano bellicose; l’intera grossa tiratura del libro, 8.000 esemplari, è andata esaurita nel giro di due settimane e si sta già preparando una ristampa. Oggetto della contesa non è il valore estetico del dramma, ma il problema morale che pone. Che da molte parti sarebbe stato contestato lo sapevo in anticipo; se il pubblico nordico fosse stato tanto evoluto da non sollevare dissensi sul problema, sarebbe stato superfluo scrivere l’opera. [4]

Interpretare questo dramma in chiave esclusivamente femminista sarebbe tuttavia riduttivo e ne sminuirebbe l’importanza. Insieme a “I pilastri della società”, “Spettri” e “Un nemico del popolo” appartiene ai cosiddetti drammi borghesi o sociali di Ibsen, pubblicati tra 1877 e 1882. Si tratta di testi che pongono in evidenza problemi sociali (qui la famiglia e il ruolo della donna, il suo desiderio d’emancipazione) con una prospettiva critica verso la società del tempo. Inoltre propongono sulla scena personaggi e situazioni di vita quotidiana, nei quali i contemporanei di Ibsen potevano ritrovarsi.
“Casa di bambola” conserva le tre unità di tempo, spazio e azione, ma è il suo contenuto ad essere moderno e il finale è innovativo, nonché scandaloso per l’epoca. Nora è una donna borghese che svela le sue inquietudini e denuncia, pagandone le pesanti conseguenze, tutta la falsità e il perbenismo dell’ambiente in cui finora è vissuta. Respinge il ruolo di bambola obbediente che non le appartiene e rivendica altre aspirazioni, una sua autonomia, la possibilità di essere sé stessa. Nora rifiuta la morte dello spirito in cui il suo legame con Helmer l’avrebbe per sempre relegata per cercare un’altra via. La sua è una scelta di vita. Passata col matrimonio dall’autorità paterna a quella maritale come un oggetto qualsiasi, nel finale Nora comprende che la sua felicità è stata solo apparente.

La nostra casa non è mai stata altro che una stanza da gioco. Qui sono stata la tua moglie-bambola, come ero stata la figlia-bambola di mio padre. E i bambini sono stati le bambole mie.

Ora:

Debbo esser sola per rendermi conto di me stessa e delle cose che mi circondano.

All’esterrefatto Helmer che la richiama al suo ruolo istituzionale di sposa e madre, Nora risponde così:

Non lo credo più. Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te…o meglio, voglio tentare di divenirlo. So che il mondo darà ragione a te, Torvald, e anche nei libri sta scritto qualcosa di simile. Ma quel che dice il mondo e quel che è scritto nei libri non può più essermi di norma. Debbo riflettere col mio cervello per rendermi chiaramente conto di tutte le cose. [5]

[3] Recensione di “Casa di bambola”, Henrik Ibsen, Traduzione di Anita Rho, ed. Einaudi, 2006
[4] Tratto da: http://it.wikipedia.org
[5] Recensione di “Casa di bambola” a cura di Marina Monego

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