Dal testo al copione

Testo e traduzione [9]

“Casa di Bambola” del regista Giandomenico Giagni (1968) si attiene alla traduzione di Dante Guardamagna, che è anche autore dell’adattamento televisivo del testo. Rispetto ad altre traduzioni della medesima opera, il testo messo in scena da Giagni non si discosta in modo evidente dall’originale: la traduzione di Guardamagna sembra attenersi pedissequamente al testo di Ibsen, ad eccezion fatta per alcuni concetti e alcune sfumature (un esempio tra tutti: “la cosa meravigliosa”, del finale, è tradotta “il prodigio”), che tuttavia non modificano il senso complessivo delle battute.

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L’opera di Beppe Navello mette in scena la meticolosa traduzione del testo dell’autore norvegese effettuata da Roberto Alonge. L’aspetto più interessante è senza dubbio il lavoro di collaborazione messo in atto da Navello e Alonge, nel tentativo di rifinire lo stile complessivo del lavoro e ricercando “equivalenze italiane per tournures un po’ oscure” [10]. Quest’ultimo lavoro di traduzione è senza dubbio frutto di accurate ricerche su sfumature, finezze, concordanze stilistiche e attenzione ai segni grafici che sono essenziali, nelle intenzioni dell’autore, a ritmare le battute, scandire i tempi, definire le pause in un’opera che si scosta dalle interpretazioni più tradizionalistiche di Ibsen e si avvicina con vivido simbolismo all’epoca moderna.

Dal testo al copione
Nella regia di Giagni il testo di Ibsen tradotto subisce modeste rielaborazioni, mantenendo in generale uno stile rigoroso e altisonante, che ben si addice al rigore morale dei personaggi e all’ambientazione ottocentesca. Fanno eccezione, tuttavia, alcuni ritocchi e riduzioni di battute, dettate in primo luogo dalla necessità di contenere in termini temporali lo spettacolo, già piuttosto lungo a causa di un ritmo complessivamente lento, e, in secondo luogo dalla scelta di adattare la rappresentazione ad un pubblico molto ampio e livelli di erudizione diversi.
Il taglio di alcune battute di Torvald si inserisce, inoltre, in una serie di scelte registiche che hanno contribuito alla definizione di un personaggio austero e morigerato.
Infine, si può notare uno scostamento rilevante tra testo e recitato nella regia di Giagni, in una delle ultime scene: Nora restituisce a Torvald le chiavi di casa anziché la fede nuziale, come nel testo originale. Una scelta, quella di Giagni, probabilmente dettata dalla volontà di non esporsi eccessivamente nel dibattito, allora agli albori, tra i sostenitori dell’indissolubilità del matrimonio e i sostenitori della separazione coniugale (il divorzio fu introdotto nell’ordinamento giuridico italiano solo nel 1970).

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Anche l’opera di Navello presenta poche differenze rispetto al testo tradotto di Alonge. Da notare soltanto alcune espressioni accentuate o ulteriormente modernizzate rispetto al testo di Alonge (si para ad esempio di “acque termali”, di vincita “al lotto”, ecc.), a partire da quella celebre esclamazione iniziale “Merda!” pronunciata a gran voce da una Nora provocatoria e scanzonata.
Dal punto di vista dei personaggi, si segnala infine la presenza di due bambini anziché tre, a sottolineare ancora una volta la coerenza con il contesto sociale della messa in scena dell’opera.

[9] Per la presente analisi si farà riferimento al testo: Henrik Ibsen, “Casa di bambola”, ed. Einaudi, Traduzione di Anita Rho
[10] Beppe Navello, Appunti di regia, 16 novembre 1992

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